“Volerò”. Disse il bruco. Tutti risero. Tranne le farfalle.

Le nostre cornici.

Le nostre cornici.

Da quando ho iniziato il corso di counseling, ho iniziato anche ad arricchire il mio bagaglio di libri, la bibliografia che mi attende è enorme e non voglio perdere tempo!

Ho appena finito di leggere un libro dal titolo “Arte di ascoltare e mondi possibili” con sottotitolo “Come si esce dalle cornici di cui siamo parte” di Marianella Sclavi.

Si tratta della raccolta di dispense di un vero e proprio corso universitario di Etnografia Urbana che la Scrittrice ha tenuto al Politecnico di Milano diversi anni fa, è una lettura abbastanza impegnativa e a tratti un po’ ostica (soprattutto per una non-sociologa come me). Ma è stata una lettura illuminante che mi ha aiutata a mettere a fuoco come tutti noi siamo parte di una cornice all’interno della quale pensiamo, sentiamo, ragioniamo, parliamo e ascoltiamo. Non che questo sia un concetto nuovo, ma leggere un libro così articolato e dovizioso di spunti sull’argomento è stato arricchente.

La verità è che ci muoviamo all’interno di una vera e propria abitudine di pensiero.

I nostri pensieri – così come le nostre parole e il nostro non verbale – sono radicati profondamente nella nostra cultura, tradizione, lingua madre, contesto sociale e familiare. Anche quando ci diciamo “open minded” ci stiamo comunque muovendo all’interno della nostra cornice. Siamo open minded perché nel nostro contesto è considerato “normale” essere aperti, tolleranti, flessibili. Ma lo siamo veramente fino al fondo del nostro subconscio? Siamo così aperti da concepire l’esistenza di idee e di pratiche che in culture lontanisssssssime alla nostra sono considerate normali e a noi fanno invece accapponare la pelle, anche se ci sentiamo open minded? O la verità è che quasi tutti (quasi) siamo aperti – molto aperti anche! – ma sempre all’interno della nostra cornice, per quanto ampia e poliedrica? Siamo in grado di ascoltare veramente e di accogliere ciò che l’altro sta cercando di esprimere?

Un esempio che mi ha colpita tra quelli che il libro propone è questo: ci sono due congressisti, uno americano ed uno italiano, l’americano parla solo in inglese mentre l’italiano parla inglese con forte accento italiano.

L’italiano dice all’americano “I’m going to a commettee”. L’americano non capisce, allora l’italiano inizia a cercare di evidenziare le VOCALI: “I’m going to a cooooomiiiiittiiiiii”.

L’americano continua a non capire anche dopo altri due o tre tentativi. Alla fine l’italiano lascia perdere, si stufa e infine si allontana.

Che cosa è successo tra i due?

Per l’italiano per essere chiari bisogna sottolineare le VOCALI. Noi parliamo in una lingua dove le vocali sono tutto per poter capire che cosa sta dicendo esattamente l’altro e questa informazione la conserviamo a fondo nella nostra mente senza esserne consapevoli.

Nell’inglese, per un anglofono, le CONSONANTI sono invece fondamentali e più importanti delle vocali per essere chiari nel linguaggio.

Et voilà! L’italiano, nel tentativo di rendersi più chiaro marcando le vocali con sempre più energia e vigore, diventa al contrario sempre più incomprensibile fino stufare l’altro.

Se non chiariranno prima con se stessi quale sia la propria cornice di riferimento, se non proveranno ad uscire dalle proprie cornici per entrare in quella dell’altro e provare a comprenderne i meccanismi, insisteranno nel cercare un chiarimento che non troveranno probabilmente mai. Ciascuno penserà di avere ragione e che l’altro non capisca e l’incomunicabilità si ergerà come un muro, anzi, una montagna.

Ora, lungi da me voler scrivere una recensione (che non sarei in grado di scrivere e nemmeno di pensare) su questo libro, ma ho voluto citare l’argomento e riportare questo esempio perché se tutti noi, ogni giorno, quando discutiamo con gli altri, ciascuno nella propria casa, auto, ufficio, negozio, scuola, qualsiasi cosa facciamo, ci allenassimo a fermarci un attimo in ascolto e ci chiedessimo: qual è il presupposto dell’altro? Che cosa sta cercando di comunicarmi, al di là delle parole che sto interpretando? Sto veramente ascoltando e cercando di capire il suo punto di vista?

All’interno di quale cornice si sta muovendo l’altro e all’interno di quale contesto mi sto esprimendo io? Come posso interagire veramente con questa persona affinché lo scambio comunicativo sia efficace?

Di solito la verità è che abbiamo ragione entrambi e ha ragione anche chi dice che non possiamo avere ragione entrambi. Questo lo scrive Marianella Sclavi nel suo libro e onestamente lo penso anch’io. Occorre soffermarsi allora non tanto sul tema della discussione, ma su ciò che l’altro sta davvero cercando di esprimere, attraverso la lente che c’è tra lui e il mondo. Qual è il suo bisogno e qual è il mio?

Non è un argomento nuovo, ci sono stati moltissimi pensatori e ci sono milioni di persone ogni giorno che riflettono su questo.

Ma io lo applico nel mio quotidiano? Prima di imbattermi in discussioni estenuanti con qualche collega, amico, genitore, partner di vita, vicini di casa?

“Ma come si fa? E’ impossibile!”. No, il bello è questo. Il lavoro su di sé è un bellissimo, intrigante, affascinante viaggio! Richiede flessibilità, umorismo, curiosità, voglia di esplorare, di rendersi consapevoli e di riconoscere ed accettare le proprie debolezze. Richiede di rinunciare ad un bel pezzo del proprio orgoglio. Ma intrapreso il viaggio nella crescita personale è un viaggio da cui non puoi più tornare indietro.

E allora forse continueremo a muoverci dentro le nostre cornici, ma saremo in grado di vederle, e questo ci aiuterà a migliorare il nostro modo di comunicare con gli altri e con noi stessi, cercando – per citare ancora una volta Marianella Sclavi – di esplorare altri mondi possibili.


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